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Letteratura come specchio: il caso della Resistenza

di Claudia Valsania





Il fascismo è […] il nemico che la storia, nel suo corso accidentato ma sempre ostile all’uomo, ha assegnato alla [loro] generazione, e la Resistenza è una forma ugualmente storica di lotta di liberazione e affrancamento dal destino.









La letteratura è di fronte alla storia uno specchio, riflette come lo scudo di Perseo ciò che non si sarebbe altrimenti visto.

C’è una ragione non prettamente cronologica se nella storia della letteratura sulla Resistenza Calvino traccia una linea che va dal Sentiero dei nidi di ragno, pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1947, a Una questione privata di Fenoglio, libro incompiuto e postumo, che vede la luce nel 1963. È una linea definita dalla scelta, comune ai due autori, di affrontare l’urgenza della testimonianza che stringe i protagonisti del tempo in modo indiretto, «di scorcio», per usare le parole di Calvino nella prefazione al suo romanzo.

Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto.

L’esperienza straordinaria della guerra aveva messo i giovani scrittori di fronte a un problema che era innanzitutto di poetica, tutto imperniato intorno alla necessità di esprimere la realtà vissuta in una forma che potesse renderne realmente conto. La questione si era posta per Fenoglio prima di tutto come un fatto linguistico, ed è la ragione che spiega perché nel Partigiano Johnny egli ricorra in prima stesura all’uso dell’inglese: «Adesso ti dirò una cosa che tu non crederai: – disse a Calvino, in un bar di Alba, nel 1956 – io prima scrivo in inglese e poi traduco in italiano». L’inglese è per Fenoglio una lingua duttile, mobile, caratterizzata da un’estrema libertà espressiva, e di questa si serve, una volta che ha fatto ritorno all’italiano, come modello su cui esemplare l’italiano stesso. Il risultato di questa operazione, al di là del residuo di parole e frasi in inglese che rimane sulla pagina, è una prosa incessantemente arricchita di neoformazioni lessicali, morfologiche, sintattiche che rinnovano la lingua, la vitalizzano, e la rendono in ultima istanza capace di raccontare un’esperienza che, per chi aveva combattuto, era stata soprattutto la ricerca della propria «misura di uomo».

Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. […] Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra.

Al di là dei fatti, dei contenuti, la storia ha un colore, un sapore, un suo ritmo che la letteratura ha il compito di restituire se vuole distanziarsi dal «materiale grezzo» del resoconto cronachistico e delle narrazioni orali dell’epoca. Calvino aveva scelto di farlo raccontando la Resistenza attraverso gli occhi di un bambino, adottando cioè una prospettiva marginale che veniva sentita però come la sola possibile per la materia alta che si cercava di avvicinare: sfuggente come lo è ciò che ha in sé qualche cosa di assoluto, e che in quanto tale il tono avventuroso-fiabesco della narrazione calviniana è paradossalmente più vicino a dire. È la via che lo stesso Fenoglio segue e si può dire porti a compimento in Una questione privata, un libro che «è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, – scrive Calvino – e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta».


Al centro del romanzo fenogliano c’è il giardino della villa di Fulvia e con esso un ciliegio, insieme al fitto carico di implicazioni bibliche che il luogo comporta, e c’è la queste epico-mitica di Milton intorno alla verità dei rapporti tra Fulvia e l’amico-rivale Giorgio che in quel giardino si sono forse consumati. La vicenda si snoda lungo una linea che attraversa lo spazio della lotta partigiana e che talvolta le si sovrappone, eppure non è mai riducibile a essa: «La verità su Fulvia, pensa Milton, aveva la precedenza assoluta, anzi esisteva essa sola». Così Una questione privata riproduce in sé il fremito di vita che aveva percorso la Resistenza insieme al senso dissennato del suo agire – basterebbe a testimoniarlo la corsa fantastica di Milton che chiude la narrazione rappresentandone forse il punto più alto, l’accesso a uno spazio mitico –, e perciò è il libro assurdo e misterioso che Calvino dice, «un libro […] in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché». La furia e la commozione che dettano il tono del romanzo, e sono quelle di allora, si muovono ora in una dimensione dove la ricerca di Milton – che storicamente è l’autore del Paradise Lost, il poema sulla caduta – viene a coincidere con la più generale esperienza umana del male radicato in tutte le cose. E assoluto come il male è anche il fine della ricerca, il giardino edenico dell’inizio che si credeva intatto ma non lo è e neanche può esserlo, se entra come fa nella trama della storia.

Dimensione storica e metastorica arrivano a saldarsi, dunque, e non soltanto per un modo di sentire tipicamente fenogliano, ma perché è in fondo la Resistenza stessa a non esaurire nella serie degli eventi narrabili le sue ragioni:

Il fascismo è […] il nemico che la storia, nel suo corso accidentato ma sempre ostile all’uomo, ha assegnato alla [loro] generazione, e la Resistenza è una forma ugualmente storica di lotta di liberazione e affrancamento dal destino.

E da questo punto di vista ogni azione è irrimediabilmente e sempre una questione privata.



Bibliografia

Boggione V., La sfortuna in favore. Saggi su Fenoglio, Marsilio, Venezia 2011.

Calvino I., Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini; a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Mondadori, Milano 1991.

Falaschi G., La resistenza armata nella narrativa italiana, Einaudi, Torino 1976.

Fenoglio B., Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di Dante Isella, Einaudi, Torino 2011.

Id., Una questione privata; I ventitre giorni della città di Alba, Einaudi, Torino 1998.


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