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L’ARTE DEL VOLO: PER UNA LETTERATURA SENZA PESO

di Claudia Valsania






[…] – ma la paglia è oro,

la lanterna vinosa è focolare

se dormendo mi credo ai tuoi piedi.(Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero)







Da sempre, l’arte accoglie e ricrea lo slancio dell’immaginazione al di sopra della realtà.

È da questo slancio che prende vita l’immagine fantastica delle streghe in volo per i cieli notturni che la letteratura – in questo caso nella forma del racconto tradizionale, della fiaba – fissa poi nell’immaginario popolare. Proprio il caso delle streghe, la cui credenza nasce in tempi in cui la donna conduceva una vita di limitazioni e costrizioni, spinge però a sottolineare il nesso che lega queste immagini all’oppressione generalmente propria della realtà che le produce. Gli esempi sono innumerevoli.


Nel Maestro e Margherita, scritto da Bulgakov al tempo della Russia di Stalin, c’è un capitolo nel quale Margherita spicca meravigliosamente il volo dalla finestra della sua stanza e sfreccia nel cielo di Mosca a cavallo di una spazzola da pavimenti. È questo volo che compie la sua metamorfosi in strega, e che segna insieme l’inizio di un’avventura che condurrà alla libertà sua e di chi le sta più a cuore. Nella pubblicazione russa del 1966 – pubblicazione postuma – proprio la parola libertà viene ripetutamente censurata, e tanto basta a chiarire il clima di repressione in cui il testo prende vita: «Sono invisibile [e libera]! Sono invisibile [e libera]!...», riporta l’edizione mondadoriana del 1991, mettendo tra parentesi quadre le parole originariamente censurate.


Ed ecco che l’idea del volo compare anche in un testo di molto precedente ai due esempi citati, che ha però con questi in comune lo stesso clima cupo e soffocante del mondo cui appartiene, in questo caso quello delle corti italiane quattro-cinquecentesche. Mi riferisco all’Orlando furioso, e in modo particolare al viaggio favoloso che il paladino Astolfo compie in groppa all’ippogrifo per raggiungere la luna, e così recuperare il senno di Orlando. Non è allora un caso che, proprio come Il Maestro e Margherita, questo episodio contenga una delle satire più pungenti contro la meschinità e la menzogna del suo tempo.

Ieri come oggi, il piacere della letteratura risiede proprio nella sua possibilità di rovesciare le logiche dominanti, di ribaltare le situazioni, di sovvertire le regole su cui poggia la realtà consueta. Quando la brigata di giovani descritta da Boccaccio nel Decameron si rifugia nelle campagne di Firenze per sottrarsi alla peste – l’ennesima forma di oppressione da parte della realtà – e decide di trascorrere il tempo raccontandosi storie, quelli che vengono narrati sono racconti che celebrano gli aspetti più materiali, corporei e vitali dell’esistenza. Le cento novelle che compongono il Decameron sono prima di tutto un grande inno alla vita, la riaffermazione dei suoi valori in contrapposizione al clima di morte dominante nell’Europa del Trecento.

C’è però dell’altro. Questi racconti sono infatti solo in apparenza – o, se non altro, non esclusivamente – la fuga più o meno divertita da una realtà luttuosa: nei toni ironici e beffardi che gli sono propri, Boccaccio compie in realtà qui una grande operazione di smascheramento della realtà e dei suoi meccanismi, dalla falsità della morale dominante alle cosiddette «forze» o «leggi […] della natura» – in particolare le pulsioni materiali e corporali – con le quali gli uomini sono costretti a confrontarsi.

Nell’ironia, o nella sua versione più affilata, la satira, la letteratura sembra trovare una valida forma di rappresentazione e di demistificazione della realtà che la circonda, un modo per mettere sotto gli occhi di tutti la sua vera natura. Spesso questo smascheramento viene però affidato a un trucco, un gioco di prestigio.

In quella scena-capolavoro del Maestro e Margherita che è il capitolo intitolato La magia nera e il suo smascheramento, il mago Woland, incarnazione bulgakoviana di Satana, con l’aiuto di due assistenti alquanto singolari, lo spilungone Korov’ev-Fagotto e il gatto Behemoth, mette in scena un grande spettacolo di magia nera nel quale svela i meccanismi della burocrazia sovietica – in questo caso quella che agisce nel mondo dello spettacolo per conformarlo all’ordine prestabilito dalle autorità – e mette insieme in mostra la natura vanitosa, avida e cattiva del popolo moscovita, conservata intatta al di sotto delle altisonanti apparenze di modernità e progresso della loro nuova vita. Woland, che è probabilmente giunto a Mosca per verificare se il socialismo sovietico sia riuscito davvero a cambiare la natura del popolo russo, rivela così il suo sostanziale fallimento:

Già, – rispose quello [Woland] pensieroso –, è gente normale… Ama il denaro, ma è sempre stato così… L’umanità ama il denaro, di qualunque cosa sia fatto: di cuoio, di carta, di bronzo o d’oro. Sì, è sconsiderata… già… e la misericordia a volte bussa ai loro cuori… gente normale… in fondo, ricorda quella di prima ma è stata rovinata dal problema degli alloggi…

Nelle intenzioni la magia nera era quindi non l’oggetto, ma il soggetto del suddetto smascheramento. La messa in scena di Woland, a ben guardare, è un’immagine della letteratura, che con Bulgakov apprende l’arte della prestidigitazione per poter parlare. Non è infatti un caso che per dare una visione priva di orpelli della Russia del tempo, Bulgakov scomodi nel romanzo il diavolo in persona, con una scelta tanto più stupefacente se si pensa che è stata fatta in un paese che si stava avviando proprio allora verso l’imposizione del «realismo socialista» propagandato dal regime.

Oggi la letteratura, anche quella di per sé più lontana dalle soluzioni del fantastico, sembra sempre più spesso avere in qualche modo a che fare con la fantasticheria, il sogno, la fuga. È questo il sintomo di un’esigenza che resta inespressa nella realtà e spinge a varcare i confini del noto. Nelle immagini di sogno che la letteratura concepisce, si concretizza l’aspirazione ideale a una libertà soppressa nella vita reale. Il sogno resta un sogno, ed è improbabile che possa mutare la realtà contando sulle sue sole forze, ma intanto ha saputo portare chi legge su un altro piano rispetto a quello dell’esperienza consueta, dove la mancanza sofferta nella realtà può essere risarcita.

Bibliografia

Ariosto L., Orlando furioso, Rizzoli, Milano 2013.

Boccaccio G., Decameron, Rizzoli, Milano 2001.

Bulgakov M., Il Maestro e Margherita, Mondadori, Milano 1991.

Montale E., Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2011.

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